Caselle: una serata per fare luce sulle responsabilità italiane nella Shoah


La presentazione del libro di Capogreco, “I Campi di Salò” – promossa da Progetto Caselle 2027 – ha fatto emergere un capitolo doloroso e spesso trascurato della nostra storia.

di Giada Rapa

Quando si parla di Shoah, l’Italia ha davvero fatto i conti con il proprio ruolo nella persecuzione degli ebrei? La domanda scomoda, ma necessaria, ha attraversato l’intera serata dedicata alla presentazione del libro “I Campi di Salò” di Carlo Spartaco Capogreco, fortemente voluta e organizzata da Progetto Caselle 2027 e introdotta da Endrio Milano. Un incontro che, grazie al dialogo guidato dal Direttore di Cose Nostre Elis Calegari e agli interventi di Davide Aimonetto – giornalista e graduate allo Yad Vashem – e Davide Sorani – in rappresentanza della Comunità Ebraica di Torino – ha riportato al centro una verità spesso rimossa: la persecuzione antiebraica in Italia non è stata un episodio marginale né un’imposizione esclusivamente tedesca, ma un processo in cui il fascismo ha avuto un ruolo diretto, attivo e strutturato.

La serata si è aperta con un quadro storico essenziale: le leggi razziali del 1938, che hanno segnato l’inizio di un percorso di esclusione sistematica. Capogreco ha poi illustrato il cuore della sua ricerca: una mappatura dei campi di internamento della Repubblica Sociale Italiana, proseguendo un lavoro iniziato nel 2004. Dopo l’8 settembre 1943 – ha ricordato – il fascismo assume un volto più radicale: gli ebrei diventano “nemici da internare”. Tra i casi citati, il campo di Raab in Croazia, dove la mortalità in alcuni periodi è stata superiore a quella di certi campi di sterminio, e il campo di Cairo Montenotte, destinato agli slavi italiani. Tre i filoni di ricerca: ricostruzione storica; rapporto tra storia e memoria: studio dei luoghi spesso simili, nella struttura, ai lager.

Davide Aimonetto, ha portato al centro il tema del confino politico, spesso banalizzato nel dopoguerra come una misura “blanda”. In realtà, ha ricordato, si trattava di una deportazione amministrativa, pensata per isolare gli oppositori e distruggere i loro legami sociali. Capogreco stesso ha apprezzato la scelta, ricordando che il confino aveva un obiettivo preciso: “togliere la vita agli oppositori senza ucciderli fisicamente”. Aimonetto ha poi sottolineato come la ricerca di Capogreco contribuisca a colmare un vuoto storiografico che per decenni ha alimentato il mito degli “italiani brava gente”, citando anche le confische dei beni degli ebrei.

Il contributo di Davide Sorani ha invece portato la discussione su un piano ancora più complesso. Dopo aver definito il libro “essenziale e importantissimo” e aver insistito sulla necessità di distinguere tra memoria e storia, Sorani ha concluso con una riflessione amara sul presente, parlando del disagio che molti ebrei italiani provano oggi. Ha osservato come, negli ultimi anni, si stia assistendo a una recrudescenza di un antisionismo che spesso sfocia in antisemitismo, sottolineando con preoccupazione che questo fenomeno non proviene più soltanto dalla destra, ma sta emergendo con forza anche all’interno della sinistra. Un passaggio che ha fatto rumoreggiare la sala, segno di quanto ciò che sta accadendo oggigiorno sia un tema divisivo, ma profondamente attuale.

La discussione si è poi spostata sulla Giornata della Memoria. La scelta del 27 gennaio – pur simbolicamente forte – rischia di spostare l’attenzione solo sulla Germania nazista, lasciando in ombra le responsabilità italiane. Durante la serata sono state ricordate le alternative proposte negli anni: il 18 ottobre, giorno del primo provvedimento antiebraico del 1938; il 30 ottobre, data della circolare n. 5 della RSI che ordinava l’arresto degli ebrei; il 16 ottobre, giorno del rastrellamento del ghetto di Roma. Date che avrebbero forse favorito una maggiore consapevolezza del contesto italiano e del ruolo diretto del fascismo nella persecuzione. “Bisogna fare grandissima attenzione” ha detto Milano in conclusione. “Non avendo mai davvero fatto i conti con il fascismo, rischiamo di non avere gli anticorpi necessari”.


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