A raccontare la sua storia il pronipote Federico Molinario che, nel pomeriggio organizzato dall’ANPI Caselle – Mappano, ha dialogato con il collega giornalista Stefano Tubia.

di Giada Rapa
Prendendo in prestito le parole pronunciate dal sindaco Francesco Grassi nel suo discorso introduttivo, “la Storia è fatta di tante piccole storie” e quella raccontata in sala Lea Garofalo è stata una preziosa occasione di arricchimento per la comunità mappanese e non solo. All’interno del variegato programma di appuntamenti organizzato dall’ANPI Caselle – Mappano Sezione “Santina Gregoris”, sabato 8 novembre è stato il momento della presentazione del libro “Il mediano di Mauthausen”, scritto dal giornalista calabrese Francesco Veltri.
Protagonista dell’opera, la vita di Vittorio Staccione, calciatore del Torino e attivista antifascista morto appunto nel campo di concentramento di Mauthausen, la cui storia è stata per molto tempo sepolta sotto il silenzio e che oggi merita di essere riportata alla luce. Nato a Torino nel 1904 in una famiglia operaia, Staccione cresce tra palloni di stracci e ideali socialisti. Scoperto per caso da Heinrich Bachmann, entra nel Torino F.C. e contribuisce alla conquista dello scudetto del 1926-27, poi revocato. Ma la sua carriera calcistica si intreccia presto con l’impegno politico: distribuisce volantini, partecipa a riunioni clandestine, si oppone apertamente al regime fascista. Un impegno che lo rende vittima di una persecuzione sistematica, costringendolo a lasciare Torino. A Cremona, sotto il controllo del gerarca Roberto Farinacci, il suo nome viene cancellato dai tabellini delle partite, sostituito da una “X”. Anche il trasferimento a Firenze, dove diventa un beniamino della tifoseria, non lo salva dalla repressione.
Una damnatio memoriae che si intreccia con un tragico accadimento personale, ovvero la morte della moglie e della figlia neonata. Tornato a Torino, vive anni di stenti, senza lavoro né casa stabile. Eppure non smette di lottare, organizzando gli scioperi del marzo 1944, che paralizzano l’industria bellica del Nord. Tradito da una delazione, viene arrestato e deportato a Mauthausen. Lì, tra fame e brutalità, gioca persino a calcio per le SS prima di morire di stenti il 16 marzo 1945, poche settimane prima della liberazione. A tratteggiare le tappe della storia di Staccioni è stato il pronipote Federico Molinario dialogando con il giornalista Stefano Tubia. Molinario ha sottolineato come la storia dello zio sia stata a lungo dimenticata, anche dalla famiglia. Ora però le cose stanno cambiando e che diverse città lo hanno commemorato con targhe e pietre d’inciampo, tra cui Torino. Anche se la sua città natale non gli ha ancora riconosciuto un tributo ufficiale. “Spiace quando questi esempi di onestà non vengono ricordarti come meritano” ha espresso con rammarico, sottolineando come questo libro dovrebbe essere letto soprattutto dai giovani, per “comprendere con chiarezza a cosa portano i discorsi di odio”.

