Una serata intensa ha chiuso gli appuntamenti dell’attuale coordinamento della Consulta per le Donne Borgaresi, in attesa della revisione del regolamento da parte del consiglio comunale.

di Giada Rapa
Dopo una prima decisione – presa d’istinto – di sospendere tutte le attività a seguito delle dimissioni di tre consigliere del coordinamento, la componente civica della Consulta per le Donne Borgaresi – la presidente Cinzia Tortola, la vicepresidente Loredana De Vita e la segretaria Simona Liberto, insieme alla consigliera non dimissionaria Elisa Cibrario Romanin – ha scelto di portare avanti un ultimo appuntamento, peraltro già organizzato. Una scelta che ha restituito al territorio una serata densa di testimonianze, analisi giuridiche e riflessioni sulla violenza di genere, tema che tocca da vicino anche la comunità borgarese.
In apertura, Tortola ha evidenziato come la semplice presenza del pubblico – comunque numeroso – rappresenti già “un gesto di cura e di coraggio”. La violenza, infatti, non riguarda solo le donne ma l’intera collettività: spesso resta nascosta “nelle stanze, nei silenzi, nelle scuse tardive”, pur essendo tutt’altro che distante da noi. I dati citati – forniti da Non una di meno – parlano di 25 donne colpite da violenza dall’inizio dell’anno all’8 maggio, con un’età compresa tra i 14 e i 76 anni; due terzi dei casi in Piemonte. Nella quasi totalità degli episodi, i presunti colpevoli erano persone conosciute dalla vittima.
La violenza non è solo fisica: si alimenta di solitudine, isolamento, mancanza di ascolto. Da qui l’invito a non fermarsi alle buone intenzioni, ma a costruire una cultura del rispetto e della parità. Un ringraziamento da parte della presidente della Consulta è stato rivolto all’ANPI di Borgaro, Sezione “Ercolina Suppo”, per il supporto alla serata, “a dimostrazione che siamo riuscite a fare rete sul territorio”.
Momento centrale dell’incontro è stata la testimonianza di Angelica – nome di fantasia –, introdotta dalla professionista sanitaria Barbara, che ha parlato della “catena” di figure che permette a una persona in fragilità di tornare a vivere: “Un anello dopo l’altro, perché nessuno diventi solo un nome sul giornale”. Angelica ha raccontato il suo percorso iniziato nel 2014, dopo anni di violenza domestica culminati in un episodio in cui è stata picchiata e quasi strangolata. “Oggi sono viva e sono una donna libera”, ha detto leggendo un testo scritto nel 2018. Ha ricordato la paura, il passaggio in ospedale, la necessità di proteggere i figli e la decisione di allontanare il marito, spiegando loro che “le persone violente vanno sempre allontanate”. Barbara ha aggiunto che ogni incontro con lei portava un passo avanti: “Angelica è una delle tante che hanno detto: voglio cambiare vita”.
A seguire, i contributi tecnici della magistrata Caterina Miroglio e dell’avvocata Benedetta Donzella hanno offerto un quadro giuridico e culturale della violenza di genere, approfondendo il ciclo della violenza, la complessità della ritrattazione – che spesso avviene per paura e non per mancanza di verità – gli strumenti oggi disponibili per chi ne è vittima e il tema cruciale del consenso.

