L’INTERVISTA – Enrico Torrini, la poesia esistenziale e la desolazione di fondo


1Domenica scorsa abbiamo parlato del casellese la cui poesia “Lo scoglio dell’incanto” è stata selezionata tra le venti migliori produzioni del concorso Sunday Poets de La Stampa. Torrini non ha vinto, ma da questa esperienza è nata l’intervista che segue.

di Giovanni D’Amelio

Parliamo innanzitutto del concorso Sunday Poets. Come giudica questa esperienza? Pur essendo Sunday Poets una manifestazione prevalentemente socio-divulgativa, e in quest’ultimo caso, con la partecipazione dei carcerati, anche propedeutica e riabilitativa, tuttavia (per la mia indole troppo severa) sono rimasto un po’ deluso dall’impronta per così dire “leggera” che la giuria ha deciso di privilegiare: dando quasi l’impressione di optare per una poesia in senso “minore”, e cioè di semplice svago, sfogo, divertissement. D’accordo, la poesia può essere anche questo, ma io personalmente prediligo uno spessore esistenziale e soprattutto creativo un po’ diverso, che si prefigga, almeno umilmente, di rispondere alla questione di Rilke sulla imprescindibile necessità per l’uomo della poesia stessa: “Perché i poeti, nel tempo della povertà”. So benissimo che è sempre molto difficile giudicare ma dico queste cose considerando dei testi molto più complessi, ispirati e significativi che compaiono tra gli ottanta segnalati da Sunday Poets. Forse i giurati non se ne sono accorti ma c’è pure una mia Hegeliana insieme alla terza fatica con cui ho partecipato a questo concorso, Per questi giovani.

Citando Heidegger, i poeti sono coloro che possono rintracciare la direzione della Svolta. Si sente quindi più uno che vuole arrivare all’abisso più che un poeta della domenica… Io ho scritto davvero poche poesie, a malapena una ventina in tutta la mia vita, anzi a dire il vero le ho rimuginate molto prima di decidermi a scriverle, e solo qualche volta ci sono infine riuscito (forse per sfinimento o forse per una sorta di liberazione estetica e spirituale) dopo una lunga persecuzione intuitiva e creativa. Alla luce di questa davvero molto scarsa, considerando la mia età, produzione letteraria (non basterebbe neppure per uno scarno libricino) mi dispiacerebbe davvero passare per il classico autore ambizioso ed egocentrico, che per puro protagonismo tende a fare della polemica.

Invece? La mia è solo, purtroppo, l’umana e febbricitante paura dell’ultima notte di Evariste Galois: che tutto, cioè, vada irrimediabilmente perduto. Mi sta comunque a cuore approfondire, almeno in questo spazio, la mia intuizione riguardo la poesia. “Lo scoglio dell’incanto” (finalista tra le prime venti al Sunday Poets 2016, ndr), non è una semplice poesia d’amore. Io credo che se l’universo ancora a tutt’oggi è pervaso dalla cosiddetta radiazione fossile o radiazione di fondo proveniente dalla deflagrazione del Big Bang risalente a circa 14 miliardi di anni fa, qualcosa di simile è forse presente nello spirito di ogni essere autocosciente, consapevole della propria effimera esistenzialità. La si potrebbe immaginare come una specie di “desolazione di fondo”. Quando per caso la sorprendiamo presente nel nostro prossimo siamo colti da uno slancio di assoluta empatia, perché in un certo senso segretamente ci rispecchiamo, riconosciamo qualcosa di comune, di reciproco e di condivisibile in un’altra separata spiritualità. Qualcosa di ancora più sommerso della nostalgia, della tristezza, della disperazione, del dolore.

Cosa vuole intendere con questo concetto? Anche se rischio di cadere un po’ nel ridicolo vorrei fare questo esempio: molti anni fa, da ragazzo particolarmente sensibile, vidi per la prima volta “Le notti di Cabiria” di Fellini. La straordinaria e struggente interpretazione di Giulietta Masina di quella disarmata e ingenua prostituta a poco a poco finì col conquistare completamente la mia giovanile empatia. Avrei fatto di tutto per poterla avvisare che quell’uomo era solo un farabutto, un mascalzone. E quando in fine si completa la tragedia, e lei si ritrova ingannata, derubata e ancora viva solo perché non valeva neppure la pena ucciderla, ero anch’io invaso dalla sua terribile desolazione. Avrei voluto rincorrerla mentre si accodava a quel gruppo ignaro di persone che forse stava andando ad una festa. L’avrei presa sotto braccio e le avrei detto: “Stai tranquilla Cabiria, adesso ci sono io, io sì che ti voglio bene, facciamo un po’ di strada insieme”. Ma anche se non ero legato al palo della nave non potevo comunque, irresistibilmente, intervenire. Eppure io so che questa celata e universale desolazione di fondo, anche oggi, dopo trentamila anni, è un sentimento ancora presente, intatto, puro, cosmico. Non dobbiamo assolutamente permettere che, dentro di noi, questa nobile “desolazione” possa un giorno lentamente “decadere” in uno spento “squallore”.


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Giovanni D'Amelio