LA RIFLESSIONE – Contro gli eccessi su Facebook serve l’affermarsi di una cultura digitale


Fa discutere la decisione del comandante della Polizia Locale di Borgaro di segnalare all’autorità giudiziaria una decina di concittadini che, secondo lui, hanno offeso l’amministrazione comunale su Facebook. Il punto di vista di alcuni esperti del settore.

di G. D’Amelio

Massimo Linarello, capo del comandando di Polizia Locale di Borgaro, è fermo nel suo pensiero: bisogna creare un argine, anche a livello locale, per limitare le diffamazioni e la circolazione di fake news sui social media. E questo “baluardo” è il rispetto della legge e il conseguente ricorso dell’autorità giudiziaria.

E’ di qualche giorno fa, infatti, la notizia della segnalazione in procura fatta da Linarello, con il beneplacito del Sindaco, nei confronti di una decina di borgaresi che si sono lasciati andare sul gruppo Facebook Sei di Borgaro se… a commenti “un po’ pesanti e non veritieri” verso i vigili e verso il Comune. Una presa di posizione forte che ha coinvolto anche gli amministratori del gruppo social e che sta facendo discutere cittadini e rappresentanti politici.

IL PARERE DI DUE ESPERTI DEL TERRITORIO –  Sulla vicenda abbiamo ascoltato l’opinione di Luca Alberigo, marketer SMM e amministratore del un gruppo locale Facebook Caselle Torinese, e Marco Cavicchioli, imprenditore del settore e Digital Champion Borgaro. “Anche se l’approccio delle persone ai social media stia lentamente migliorando, vedo ancora gente che più delle volte non si rende conto di cosa fa e delle dinamiche che innesca quando scrive un post” afferma Alberigo. “Principalmente – prosegue – tanti utenti credono di poter intrattenere conversazioni private, pur trovandosi in ‘luoghi’ pubblici’. Oggi è facilissimo diffamare qualcuno e, proprio perché la portata è potenzialmente illimitabile, è vitale che si diffonda una cultura necessaria per usare al meglio gli strumenti a disposizione. Ritengo giusto che istituzioni e privati cittadini, se danneggiati nella reputazione, agiscano per ottenere giustizia, ma a monte andrebbero fatte tre cose: 1) In primis, è necessario diffondere la cultura digitale, esattamente come per i corsi di guida per imparare a guidare l’auto, la presenza online deve rispettare regole precise, rendendo consapevoli le persone dei danni che possono provocare con un uso scriteriato dell’online; 2) I “grossi player” dovrebbero strutturarsi per poter fare fronte a diffamazione, bullismo e odio in generale, in maniera tempestiva ed efficace, in modo da non diventare complici nell’esecuzione di reati contro le altre persone. 3) Infine, punto strettamente correlato a quello precedente, è indispensabile rendere responsabili le persone che usano gli strumenti disponibili nel web”.

Dello stesso avviso Cavicchioli. “Purtroppo molte persone quando commentano su Facebook non si rendono conto che è un mezzo di comunicazione di massa, un mass media pubblico che potenzialmente è visibile da chiunque. Questo li porta a volte ad avere atteggiamenti che avrebbero solo nella vita privata, e non in pubblico, e che possono provocare anche pesanti conseguenze proprio per via del fatto che sono di fatto azioni compiute in pubblico, volenti o nolenti. In questi casi dire “non lo sapevo” o “non l’ho fatto apposta“, o giustificarsi con un “non pensavo che lo leggessero tutti” non serve a nulla: la legge parla chiaro, e proibisce invettive o offese pubbliche, soprattutto se nei confronti di pubblici ufficiali. L’oltraggio a pubblico ufficiale è un reato, punito dall’articolo 341 bis del codice penale con la reclusione fino a tre anni, e l’ignoranza non è considerata nemmeno un’attenuante. Il vero problema è che, in realtà, la stragrande maggioranza delle persone che utilizza questi nuovi strumenti di comunicazione non li conosce affatto, e molto spesso finisce per commettere degli errori banali. Purtroppo è anche difficile spiegare alle masse come si dovrebbero utilizzare correttamente, perchè manca a monte l’interesse specifico degli stessi utilizzatori che preferiscono utilizzarli inconsapevolmente senza curarsi delle conseguenze. Pertanto. che almeno questa vicenda serva per insegnare alle persone coinvolte, e a chi legge, che su queste piattaforme ci sono delle regole che tutti devono rispettare, e delle leggi dello Stato che non si possono violare senza subirne pesanti conseguenze”.

IL GRUPPO LATELLA DICE LA SUA – Sul caso non è mancata la presa di posizione politica della coalizione di centro destra che, forse in difesa di alcuni cittadini segnalati, in un comubicato stampa ha parzialmente criticato l’azione di Linarello. “Abbiamo appreso dai social – si legge nella nota – di quanto accaduto sul gruppo Sei di Borgaro se… e della relativa risposta del Comune. Riteniamo che non sia corretto fare di tutta l’erba un fascio. Nulla da dire e nessun dubbio sull’operato degli agenti di Polizia Locale che quotidianamente operano con impegno, passione e dedizione sul territorio. La decisione del comandante, condiviso dal Sindaco e dalla sua Giunta, ci pare, tuttavia, inopportuno. Censurare il diritto di critica e di opinione – diritti, si badi, costituzionalmente garantiti – dei cittadini non ci pare affatto corretto. Anzi. Ovvio che è diritto del Sindaco e del comandante, laddove si siano sentiti offesi, querelare dei cittadini. Ci mancherebbe. Ma, sia ben chiaro, a condizione che se ne assumano integralmente la responsabilità (sia penale, che politica, che finanziaria). E ci stupisce – si chiude lo scritto –  l’approvazione di detta linea da esponenti del Partito Democratico, lo stesso partito che (a livello locale) ha più volte utilizzato terminologie come squadristi, fascisti e razzisti… Ci rimane la speranza di pensare che non tutta la maggioranza condivida certe scelte. Noi riteniamo che il confronto, ancorché critico (purché espresso nei limiti della legalità), sia la base di una società libera, vera e schietta“.


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Giovanni D'Amelio