Il secondo appuntamento della rassegna di incontro promosso dalla biblioteca civica ha trattato un tema poco conosciuto, ma che coinvolge centinaia di minori.

di Giada Rapa
Iniziata con un saggio sul ciclismo cuneese insieme al giornalista Franco Bocca, la rassegna della biblioteca civica Jella Lepman è proseguita con un incontro molto diverso per temi e atmosfere, ma perfettamente in linea con l’idea che ha guidato l’intero ciclo: usare le storie per comprendere il reale. Questa volta al centro c’era il romanzo L’unico finale possibile di Paola Cereda, scrittrice, psicologa e regista di teatro comunitario, che ha portato a Caselle un tema tanto poco conosciuto quanto urgente: il football trafficking, la tratta di minori africani attratti dal sogno del calcio europeo.
Quella di Cereda è una storia che nasce dall’ascolto. L’autrice, che da anni lavora con minori stranieri attraverso ASAI e il teatro comunitario, ha spiegato come il romanzo sia nato da un post letto anni fa sul tema. “Si parlava di 60 mila ragazzi arrivati in Europa, con false speranze, ma in realtà i numeri sono molto più alti. Sono almeno 150 mila in dieci anni i giovani africani che, una volta giunti qui con la promessa di diventare calciatori, si sono ritrovati a essere clandestini”. Da lì, la necessità di accendere una luce su un fenomeno reale ma quasi mai narrato. “La letteratura può fare questo: raccontare ciò che esiste, ma che non si vede. E dare parole a chi non le ha” ha spiegato l’autrice.
Il libro segue il percorso di Momogol, quindicenne senegalese arrivato in Italia con la promessa di un provino che non esiste. Il sedicente procuratore che aveva promesso un provino è sparito, insieme ai soldi della famiglia. È solo, in un Paese che non conosce e che non sa se lo vuole davvero. A Torino incontra Gioia, assistente sociale appassionata e un po’ prepotente nella sua convinzione di sapere cosa sia meglio per gli altri, e Leonardo – il suo compagno – ex aspirante portiere che si ritrova a condividere casa e responsabilità con un adolescente. Una “famiglia non famiglia” che si costruisce tra slanci, errori e tentativi, in una periferia – Pietra Alta – che diventa protagonista essa stessa. “Non volevo celebrare l’accoglienza – ha precisato Cereda – ma volevo raccontarla nella sua verità: fatta di errori, di buone intenzioni, di fragilità“. Il romanzo affronta anche il tema delle “prigioni concettuali”, quelle gabbie invisibili che limitano le possibilità delle persone tanto quanto quelle fisiche. E lo fa con personaggi che, pur nella finzione narrativa, sono profondamente reali. “Tutti i personaggi sono persone – ha detto l’autrice – frutto di incontri, storie, frammenti di vita che ho incrociato negli anni”.
L’incontro, guidato dalla bibliotecaria Maria Teresa Alessio. si è concluso ricordando al pubblico il prossimo appuntamento, fissato per il 26 marzo con Alice Basso e il suo romanzo Le ottanta domande di Atena Ferraris.

