Don Piero Gallo torna a San Salvario per presentare il suo nuovo libro “Prete e cittadino”


2L’appuntamento è per oggi alle ore 18.30 presso la libreria Trebisonda di via Sant’Alselmo 22. Un’opera autobiografica che parla dei suoi 20 anni di servizio sacerdotale nel quartiere, tra concetti e pensieri espressi in parte anche in un’intervista rilasciata quattro anni fa al periodico OttoInforma e che qui vogliamo riproporre.

di Giovanni D’Amelio

Dal 1992 parroco della chiesa di largo Saluzzo, don Piero a fine agosto terminerà il suo mandato, ma continuerà a fornire la sua preziosa opera per la diocesi torinese in qualità “di jolly”, come ha egli stesso affermato. L’intervista che segue ripercorre a grandi linee un po’ la storia degli anni recenti della parte vecchia del quartiere, con le sue problematiche e le sue positività.

1Don Gallo, come è cambiata la realtà di San Salvario in questi ultimi vent’anni? Innanzitutto parliamo di una porzione di città che si configura con un’alta concentrazione di cittadini stranieri. Quando la media di Torino era sul 3-4% qui eravamo già al 10%, oggi che il capoluogo è sul 14-15% noi siamo al 30%. Nascono più bimbi stranieri, la scuola materna è frequentate in maggioranza da figli di non italiani, all’elementare siamo al 50%, così come ormai in 5 classi della media Manzoni. Quindici anni fa, ai tempi della grande svalutazione economica degli immobili, questa concentrazioni straniera aveva creato una grande tensione sociale, con i residenti italiani e i commercianti che minacciavano di farsi giustizia da soli. Grazie all’attenzione di molte persone la situazione non è degenerata ed oggi possiamo dire che la vita è notevolmente migliorata. Certamente il merito principale è della scuola, che ha saputo indirizzare il processo di integrazione non solo tra i bambini, ma soprattutto tra le famiglie. Altro grande elemento di cambiamento è l’arricchimento della base culturale degli abitanti, un aspetto che ha fatto fare un salto di qualità a San Salvario. Ingegneri, architetti, avvocati e docenti universitari hanno dato grossi contributi per alzare il livello del tessuto sociale. Infine, la numerosa presenza di colf e badanti straniere sta aiutando ad abbattere quelle barriere di pensiero molto forti soprattutto nel passato.

In più è cambiata anche l’entità geografica dell’immigrazione… San Salvario ha subito gli stessi passaggi che ha vissuto la città, anche se in maniera più traumatica rispetto ad altre zone per via dei suoi numeri. Come accennavo prima, il momento più critico lo abbiamo avuto alla metà degli anni 90, ai tempi della grande fuga dall’Albania. In quella fase i massicci arrivi di stranieri andavano ad acuire le difficoltà generate dall’immigrazione magrebina di alcuni anni prima. Il lavoro svolto allora dalle istituzioni ha aiutato a contenere i risvolti negativi della grossa ondata romena, avvenuta agli inizi del 2000.

Perché multietnicità per tanti italiani è un termine che ha ancora un significato negativo? C’è stata e c’è ancora molta impreparazione culturale. Per fortuna in Italia non abbiamo un’idea di assimilazione delle culture, come avviene in Francia, e siamo lontani anche al doppio binario tedesco, che a tutti i livelli sociali e istituzionali crea luoghi separati ad esclusivo utilizzo degli stranieri da un lato e dei tedeschi dall’altro. Torino si è sempre presentata tutto sommato accogliente e attenta verso le diverse etnie. Per esempio, durante la giunta del sindaco Castellani al carcere delle Vallette furono create due nuove linee per la macellazione della carne da destinare ai detenuti musulmani, così come prevede il procedimento islamico. Sempre con Castellani i figli di coloro che non avevano il permesso di soggiorno potevano andare a scuola e prendere il diploma. Una vera anticipazione dei tempi. Ad ogni modo l’integrazione non si crea in pochi anni, ma servono processi più lunghi, orientati e accompagnati da tanta pazienza.

Per accelerare questi processi sono utili le consulte degli stranieri? E’ auspicabile la nascita nel quartiere di un organismo simile? Ho fatto parte delle due edizioni cittadine sperimentate con Castellani e Chiamparino. Non hanno funzionato perché il vero problema è la rappresentatività. Erroneamente si ritiene il blocco dell’Islam tutto uguale, mentre è composto da numerosi gruppi ed ognuno rivendica una propria partecipazione.

Oltre a quelle che abbiamo accennato, quali altre grosse criticità, secondo lei, toccano il territorio? La gente si lamenta molto della cosiddetta movida, che se da un lato porta nel quartiere tanta gente, dall’altro genera anche molte frizioni con i residenti. Si è creato un conflitto tra un diritto primario dei cittadina al riposo e alla tranquillità con un diritto civico che riconosce lo svago e il divertimento della gente. L’autorità deve porre un rimedio, magari intervenendo sugli orari di chiusura dei locali. Un altro problema è lo spaccio di droga, un fenomeno che riguarda però tutta la città. E la movida alimenta ulteriormente questa criticità.

Nella sua opera ventennale svolta in San Salvario, lascia qualche rammarico? Il più grande è il non essere riuscito a far capire ad alcuni che dietro le nostre azioni di aiuto agli stranieri non c’era nessun interesse particolare che loro invece sollevavano. I pregiudizi sono sempre duri a morire.

In questo momento storico, di quanto è aumentata la richiesta di aiuto da parte della gente? Se prima avevamo quattro-cinque richieste al giorno ora sono diventate una ventina. La parrocchia non ha una grossa forza economica e fa quello che può con le risorse limitate che ha.


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Giovanni D'Amelio