L’UNI3, in occasione della chiusura delle lezioni dell’anno accademico 2025/2026, ha ospitato Ernesto Scalco, che ha ricordato la storia dell’incidente e raccontato la sua esperienza di accoglienza dei bambini della Bielorussia.

di Giada Rapa
Ultima lezione per l’Uni3 di Borgaro – che questa settimana chiuderà l’anno accademico 2025/2026 con la visione di uno spettacolo teatrale – con un argomento che ha oscillato tra memoria e nuovi interrogativi per il futuro: la storia di Chernobyl, 40 anni dopo l’incidente nucleare.
Relatore del pomeriggio Ernesto Scalco, attivista di Amnesty International, che per molti anni ha intrecciato la propria vita con quella dei bambini proveniente dalla Bielorussia. Un legame nato dall’accoglienza estiva organizzata a Caselle e proseguito con viaggi, testimonianze e un impegno costante nel mantenere viva la memoria di Chernobyl. Scalco ha spiegato fin da subito di non essere un tecnico del nucleare, ma di aver dedicato anni alla raccolta di documentazione, alla partecipazione a conferenze e alla visita dei luoghi segnati dall’incidente. “È una tragedia dimenticata”, ha detto, ricordando come siano ormai passati quarant’anni da quel 26 aprile 1986 che cambiò per sempre la storia dell’Europa orientale.
La sua esposizione si è sviluppata in tre parti. La prima ha ricostruito l’incidente: un test di sicurezza, un possibile errore di progettazione, una nube radioattiva che si alzò per due chilometri. Scalco ha ricordato come, all’epoca, le autorità sovietiche parlarono di una “leggera fuga radioattiva”, mentre la realtà era ben diversa. La Bielorussia, pur non ospitando la centrale, assorbì il 70% della radioattività. “Trecentocinquantamila persone hanno dovuto lasciare quei territori e ancora oggi non possono tornare”, ha sottolineato.
La seconda parte è stata un viaggio nella memoria. Attraverso un video, Scalco ha portato il pubblico nelle regioni più colpite, mostrando la “foresta rossa”, i villaggi evacuati, la città di Pryp’jat’, che al momento dell’incidente aveva un’età media di soli 27 anni. Ha raccontato le visite alle famiglie dei bambini accolti, le case senza servizi essenziali, le difficoltà quotidiane. E ha evidenziato i dati sanitari raccolti negli anni: malattie renali e cardiovascolari tra i liquidatori, problemi alla vista, alterazioni psichiche, un aumento del 200% dei casi di tumore alla tiroide nei bambini.
La terza parte è stata dedicata all’accoglienza, forse la più sentita. Scalco ha raccontato come, a partire dagli anni Novanta, si sia sviluppato un movimento di solidarietà che ha visto l’Italia protagonista. “Il più delle volte bastava un abbraccio”, ha detto, spiegando come i soggiorni estivi avessero benefici reali sulla salute dei bambini. A Caselle, il primo gruppo arrivò a settembre 1996; l’ultimo nel 2013, anche a causa della diminuzione dei volontari. In totale, furono accolti più di 240 bambini, ospitati per un mese ogni anno grazie anche all’impegno di Ida Brachet Contul, Responsabile dell’accoglienza.
L’incontro si è chiuso con una riflessione sul presente: il rischio nucleare non appartiene solo al passato. Tra reattori ancora attivi, tensioni geopolitiche, infrastrutture vulnerabili e un dibattito energetico che torna ciclicamente, Scalco ha invitato a mantenere viva l’attenzione.

