UNIVERSO DONNA / 4 – Sara Bellosta, quando l’aiuto verso gli altri è un fatto concreto


Dalla logistica olimpica alle emergenze umanitarie, il percorso della mappanese Sara Bellosta attraversa contesti molto diversi tra loro. Ma il filo che li unisce è sempre lo stesso: lavorare dove c’è bisogno. Prosegue la nostra rubrica che parla di donne che vivono o lavorano sul territorio e che si distinguono per le loro capacità, sensibilità e passioni. Un modo concreto per avvicinarsi all’8 marzo.

di Giada Rapa

Ci sono emergenze che il mondo osserva e altre che scorrono sotto traccia, lontane dalle mappe mediatiche. È in queste ultime che Sara Bellosta ha scelto di lavorare negli ultimi anni, mettendo le sue competenze logistiche al servizio di contesti dove spesso non vuole andare nessuno. “Ci sono crisi di cui non parla nessuno. Non perché non siano gravi, ma perché restano fuori dall’attenzione generale. Io ho pensato che, se avevo le competenze per farlo, fosse giusto spenderle proprio lì” racconta Bellosta.

In queste settimane ha coordinato il cluster trasporti della Val di Fiemme per Milano-Cortina 2026, ma il suo percorso recente parla soprattutto di quelle realtà dimenticate. Dal 2023 in poi ha lavorato quasi esclusivamente nelle emergenze umanitarie, in ruoli che richiedono competenze tecniche elevate e una forte capacità di adattamento. Il suo primo incarico è stato in Moldova, all’interno della risposta alla crisi ucraina, occupandosi di acquisti, forniture, flotte e spazi operativi in un flusso costante di necessità. Subito dopo è stata inviata in Burkina Faso, dove ha coordinato team e procedure in un’area segnata da instabilità politica e attacchi armati, garantendo continuità alle attività mediche nonostante condizioni operative difficili. Nel 2025 due missioni impegnative: Haiti e Sudan. Nella prima, in un momento in cui la violenza a Port-au-Prince rendeva ogni spostamento un rischio, ha gestito flotte, approvvigionamenti e sicurezza operativa in un contesto urbano estremamente instabile. In Sudan, durante la crisi del Darfur, ha coordinato l’intera catena di approvvigionamento di un progetto complesso, dall’apertura di un centro per il trattamento del colera all’organizzazione di cliniche mobili e campagne vaccinali, fino alla creazione di basi operative in zone remote al confine con la provincia sopracitata.

Non è questione di coraggio o di carità. È un lavoro. E se sai fare qualcosa, perché non metterlo dove serve davvero?” evidenzia Bellosta, rifiutando l’idea romantica dell’operatore umanitario e parlando invece di professionalità, metodo e responsabilità. Una responsabilità che, per lei, comprende anche il dovere di raccontare ciò che si è visto. “Quando torni e racconti, le persone intorno a te diventano più sensibili. Non perché io sia una divulgatrice, ma perché certe realtà, finché non le vivi, restano astratte”. È in questo contesto che si inserisce anche la sua riflessione più personale, quella che dà misura del suo modo di stare nelle crisi: “Purtroppo, anche dando il 200% di sé, una crisi non la risolvi. Però averne fatto parte mi rende orgogliosa, e allo stesso tempo davvero lusingata che quelle comunità abbiano accettato che io – che vengo da Mappano – potessi entrare, anche solo un po’, nelle loro vite quotidiane”.

E proprio a Mappano è iniziato il suo impegno, lavorando per cinque anni nell’amministrazione, contribuendo alla costruzione del nuovo comune e alla gestione dell’emergenza durante la pandemia. Un lavoro diverso, ma con lo stesso filo conduttore: esserci quando serve. “Fondamentale, in questo mio percorso, il sostegno della mia famiglia” conclude Bellosta, affidando un pensiero particolare all’amato nonno, che compirà gli anni l’8 marzo.


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